Cibo che fa bene vs. cibo che fa male

Spesso si tende a dividere gli alimenti in “cibi sani” e “cibi che fanno male”, ma la realtà della nutrizione è molto più complessa. In questo articolo analizziamo perché nessun alimento è positivo o negativo in assoluto e come sia il contesto generale della dieta — insieme a quantità, frequenza e stile di vita — a determinare se una scelta alimentare sia davvero funzionale ai propri obiettivi e alla salute

Dott. Aaron Farina

5/26/20263 min read

Perché in nutrizione il contesto conta più del singolo alimento

“Dottore, ma pane e marmellata a colazione va bene?”

Questa è una delle domande più frequenti che ricevo in ambulatorio.
Il punto è che, in nutrizione, raramente esistono risposte assolute.

La stessa colazione può essere perfettamente adeguata per una persona e poco funzionale per un’altra. Tutto dipende dal contesto: obiettivi, quantità, stile di vita e alimentazione complessiva.

Non esistono alimenti “magici” o “velenosi”

Nel linguaggio comune si tende a dividere il cibo in due categorie:

  • alimenti che “fanno bene”

  • alimenti che “fanno male”

La realtà della nutrizione è molto più complessa.

Un alimento non è positivo o negativo in assoluto:
può essere più o meno funzionale rispetto a uno specifico obiettivo.

Ad esempio:

  • dimagrimento,

  • aumento della massa muscolare,

  • performance sportiva,

  • gestione della fame,

  • salute metabolica,

  • praticità e sostenibilità della dieta.

La stessa colazione può essere perfettamente adeguata per una persona e poco funzionale per un’altra.

Pane e marmellata: dipende dal contesto

Pane e marmellata è una colazione demonizzata da alcuni e difesa da altri.
Ma la vera domanda dovrebbe essere:

“Questa colazione è coerente con il mio fabbisogno, il mio stile di vita e il mio obiettivo?”

Per una persona che:

  • pratica sport,

  • ha un buon dispendio energetico,

  • tollera bene una colazione ricca di carboidrati,

  • segue una dieta complessivamente equilibrata,

pane e marmellata può essere assolutamente compatibile con una dieta sana.

In altri casi, invece, potrebbe risultare poco saziante o poco bilanciata, magari perché:

  • mancano fonti proteiche,

  • porta ad avere fame poco dopo,

  • si inserisce in una dieta già molto ricca di zuccheri e calorie,

  • non aiuta l’aderenza al piano alimentare.

Il problema quindi non è il “pane e marmellata” in sé.
È il contesto.

L’esempio della frutta secca: alimento salutare, ma non sempre funzionale

Prendiamo la frutta secca.

Noci, mandorle e nocciole hanno numerosi aspetti positivi:

  • apportano grassi insaturi,

  • contengono fibre e micronutrienti,

  • possono contribuire alla salute cardiovascolare.

Eppure, in alcuni contesti, potrebbero non essere la scelta più funzionale.

La frutta secca ha infatti una densità calorica elevata: poche manciate possono apportare facilmente centinaia di calorie.

Se una persona segue una dieta ipocalorica con un margine energetico limitato, introdurre porzioni abbondanti di frutta secca potrebbe:

  • ridurre il volume complessivo del cibo consumato,

  • lasciare meno spazio ad alimenti più sazianti,

  • rendere più difficile controllare la fame,

  • portare involontariamente a un introito calorico troppo elevato.

Quindi la frutta secca “fa male”?

No.
Semplicemente, in quel determinato contesto, potrebbe non essere la scelta più utile rispetto all’obiettivo.

I falsi miti sugli alimenti “pericolosi”

Uno dei problemi principali della comunicazione nutrizionale moderna è la continua ricerca del “colpevole”:

  • gli zuccheri,

  • i grassi saturi,

  • la carne rossa,

  • gli alimenti processati,

  • i carboidrati,

  • il glutine,

  • il lattosio.

La realtà scientifica è molto meno estrema di come spesso viene raccontata online.

Zuccheri

Consumare zuccheri semplici occasionalmente all’interno di una dieta equilibrata non significa automaticamente “ammalarsi” o “rovinare il metabolismo”.

Il problema nasce quando:

  • l’alimentazione è cronicamente ipercalorica,

  • l’introito di alimenti ultra-processati è molto elevato,

  • fibre, frutta, verdura e proteine sono carenti,

  • il livello di attività fisica è basso.

È il pattern dietetico cronico a fare la differenza, non il cucchiaino di zucchero nel caffè o una fetta di torta mangiata ogni tanto.

Grassi saturi

Anche sui grassi saturi si tende spesso a ragionare in modo assolutistico.

Un conto è:

  • una dieta complessivamente varia ed equilibrata in cui sono presenti anche formaggi, carne o dolci occasionali;

un altro è:

  • un’alimentazione quotidianamente basata quasi esclusivamente su fast food, prodotti ultra-processati e scarso apporto di fibre.

Ancora una volta, conta il quadro generale.

Carne rossa

La carne rossa viene spesso descritta online come un alimento “tossico” o direttamente cancerogeno.

In realtà, il rischio osservato negli studi epidemiologici è associato soprattutto:

  • ad elevati consumi cronici,

  • a pattern alimentari complessivamente poco salutari,

  • al consumo frequente di carni processate,

  • a fattori associati come sedentarietà, obesità e basso consumo di vegetali.

Consumare carne rossa occasionalmente all’interno di una dieta mediterranea varia ed equilibrata è molto diverso da basare l’intera alimentazione su hamburger, salumi e alimenti ultra-processati.

Alimenti processati

Anche il termine “processato” viene spesso usato in modo improprio.

Molti alimenti processati fanno parte normalmente dell’alimentazione quotidiana:

  • yogurt,

  • pane,

  • pasta,

  • tonno in scatola,

  • cereali,

  • latte,

  • formaggi.

Diverso è il discorso per gli alimenti ultra-processati consumati frequentemente e in grandi quantità, soprattutto quando sostituiscono alimenti freschi e minimamente trasformati.

Ancora una volta:
non è il singolo alimento consumato sporadicamente a determinare lo stato di salute, ma l’insieme delle abitudini mantenute nel tempo.

La dieta si valuta nell’insieme, non sul singolo alimento

Uno degli errori più comuni è valutare la qualità dell’alimentazione attraverso singoli alimenti o singoli pasti.

In realtà, ciò che conta maggiormente è:

  • il pattern alimentare complessivo,

  • la frequenza,

  • le quantità,

  • la sostenibilità nel tempo,

  • il contesto clinico e comportamentale.

Mangiare occasionalmente un alimento considerato “meno salutare” all’interno di una dieta equilibrata non rende automaticamente cattiva l’alimentazione.

Allo stesso modo, inserire esclusivamente alimenti percepiti come “healthy” non garantisce automaticamente che la dieta sia adeguata.

La vera domanda da porsi

Invece di chiedersi:

“Questo alimento fa bene o fa male?”

potrebbe essere più utile chiedersi:

  • È coerente con il mio obiettivo?

  • Mi aiuta a gestire fame ed energia?

  • È sostenibile nel tempo?

  • Si inserisce bene nel mio stile di vita?

  • È compatibile con il resto della mia alimentazione?

La nutrizione raramente funziona per categorie assolute.
Funziona molto più spesso attraverso equilibrio, contesto e sostenibilità.

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